NON C’è GIOIA NE’ SCOPO

Non sapevo come chiamarla.

Non è stanchezza, non è burn-out.

Non è depressione, la speranza ancora c’è, anche l’energia. Semplicemente non c’è gioia, non c’è scopo, significato.

Ho scoperto recentemente da una lettura occasionale che questa “sindrome” un nome, ce l’ha: languire, languishing

E con il nome ecco il sollievo.

Perché non si può parlare di qualcosa che non si sa nominare, ma che si definisce solo con ciò che manca.

Il languore fa sentire bloccati senza che vi sia un motivo conosciuto, come un treno che improvvisamente, a metà corsa, si ferma. E crea disagio. I passeggeri non sanno cosa sta succedendo, sono in allarme anche se non vi sono pericoli imminenti. Una sensazione di sospensione, di vuoto. E il sollievo arriva con la ripartenza.

Il “languishing” è un’emozione

che oggigiorno corre il rischio di diventare epidemica quanto la pandemia attuale. Anzi, prende forza man mano che l’epidemia vera e propria si scioglie.  Non c’è paura, dolore. Il pericolo si sta allontanando, e resta solo una grande stasi. Vaga tristezza, profondo distacco.

Forse la nostra amigdala è stanca per il troppo lavoro di continua allerta..chissà.

Nel “languore” non c’è malattia conclamata, ma si funziona a bassa resa. Lo sguardo non è spento, ma un po’ perso. La capacità di concentrazione ridotta perché se manca senso in quello che si fa, va così. Non si sa che si sta male. Tutto scorre come sempre.

La motivazione, motore di molte nostre attività, è ridotta da quel languore che sfiora la pigrizia,  e come diceva la nonna – meno fai meno faresti.

Languishing

Secondo alcuni studi il pericolo di questa inconsapevolezza di malessere è grande.

Le attuali “regole” di comportamento sono una buona leva per rafforzare la solitudine e l’isolamento  (distanza sociale, lavoro agile anche se poco smart, pochissimi stimoli dall’ambiente per i nostri sensi) : portano le persone a percepire questa “tristezza” come elemento naturale della vita quotidiana. Ci si abitua a tutto. E conformarsi a queste regole in fondo non permette di percepire che si sta soffrendo.

E se non lo sai, non chiedi aiuto. Non aiuti te stesso.

Soluzione.

Come innescare allora una via di uscita?

Già dare un nome al malessere è un buon passo in avanti. Non ci si alza dal divano, ma almeno si può iniziare  a condividere.

Tutti conosciamo lo stato di benessere che c’è nel fare una cosa che piace e coinvolge a fondo, e nel mentre non percepiamo il tempo che scorre, la fatica..

Recuperare con un primo atto di volontà un progetto che ci appassionava (può andar bene anche cucinare con cura il piatto preferito!) o scegliere di vedere un film dall’inizio alla fine senza zapping, è un modo per iniziare a riassaporare quella sensazione vicina alla gioia, al coinvolgimento, che non ricordiamo più da quando languiamo.

E fallo per un po’ di tempo, non a spizzichi e bocconi. Tutto il film, almeno 2 o 3 ore sul progetto..

Neuroscienze e languore

Per dar modo alle nostre sinapsi di riaprire contatti che si sono un po’ ossidati,  ed ai nostri organi di produrre ormoni di benessere.

Per uscire dal grigio nebbioso dell’atmosfera negativa che il “languishing” propina.

Solo noi individualmente possiamo smontare quel meccanismo di tristezza e distacco, e per farlo dobbiamo riconoscerlo e scegliere le azioni giuste per noi. Ognuno di noi. E avere anche un po’ di tenerezza per noi stessi, che, anche se non siamo depressi né malati, di fatto stiamo soffrendo.

Possiamo esser stanchi anche se non esausti, e riconoscerlo fa bene.

Diamo un nome a questa emozione, per occuparci di lei.